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Sassi che Parlano: I Muretti a Secco della Valle Gesso, un Patrimonio Scritto sul Fianco della Montagna

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Se camminate lungo i sentieri che salgono dai borghi di Entracque verso i pascoli alti, prima o poi vi capiterà di posare la mano su un muretto di pietra. Magari senza pensarci, quasi per istinto. Quella pietra è fredda, un po' ruvida, e ogni sasso è diverso dall'altro. Eppure stanno lì insieme, senza un grammo di cemento, da decenni o forse da secoli. Qualcuno li ha messi uno sull'altro con una cura che oggi fatica a trovare un nome preciso. Non era solo lavoro. Era qualcosa di più.

I muretti a secco della Valle Gesso sono uno di quei patrimoni che si vedono senza davvero guardarli. Fanno parte del paesaggio come i castagni o il suono del torrente Gesso. Eppure, a osservarli con attenzione, raccontano una storia straordinaria: quella di una comunità che ha trasformato la pietra grezza in un linguaggio architettonico silenzioso, funzionale e profondamente bello.

Costruire senza chiodi, senza colla, senza errori

La tecnica della costruzione a secco è semplice da spiegare e difficilissima da padroneggiare. Si tratta di sovrapporre pietre di forme e dimensioni diverse, sfruttando il peso, l'equilibrio e la geometria naturale di ogni sasso. Niente malta, niente cemento. Solo la logica della gravità e l'occhio di chi sa leggere la pietra.

"Non si impara dai libri," dice Mario Bernardi, uno dei pochi artigiani della zona che ancora conosce questa tecnica a fondo. Mario ha imparato da suo padre, che l'aveva imparata dal nonno. "Il segreto è che ogni pietra ha una posizione giusta. Devi girarla in mano, sentirla, capire dove vuole stare. Se la metti storta, il muro non dura. Se la metti bene, dura cent'anni."

Mario ha restaurato diversi tratti di muri nella zona di Entracque, alcuni dei quali risalenti probabilmente al XVIII secolo. "Quando smonto un pezzo vecchio per ripararlo, cerco di capire come lavorava chi l'ha fatto prima di me. È come leggere la sua firma."

Perché i muretti a secco non erano un capriccio

Bisogna capire il contesto per apprezzare davvero questa tecnica. I pendii della Valle Gesso non sono docili. Sono ripidi, soggetti a frane, attraversati da acqua di scioglimento neve e da ruscelli improvvisati. Per coltivare anche solo un piccolo appezzamento, i contadini dovevano prima domare il terreno. E i muretti a secco erano lo strumento principale per farlo.

Creavano terrazze coltivabili dove prima c'era solo roccia inclinata. Regolavano il deflusso dell'acqua piovana, evitando l'erosione del suolo. Segnavano i confini tra proprietà senza bisogno di atti notarili. Fungevano da rifugio per gli animali, da supporto per i sentieri, da barriera contro le valanghe di fango. Erano, in sostanza, un sistema ingegneristico distribuito su tutta la montagna, progettato collettivamente nel corso di generazioni.

"Quando vedi un muro a secco ben fatto," spiega Francesca Dalmasso, guida escursionistica locale e appassionata di storia rurale, "stai guardando la soluzione a un problema preciso. Quella curva, quella sporgenza, quel punto rinforzato: tutto risponde a qualcosa. Il terreno lì franava. L'acqua lì si raccoglieva. Non c'è niente di casuale."

Un'arte riconosciuta dall'UNESCO, ma a rischio nella pratica

Nel 2018, l'UNESCO ha inserito l'arte della costruzione dei muretti a secco nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità, un riconoscimento condiviso tra Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera. Un bel momento di attenzione globale per qualcosa che molte comunità di montagna avevano sempre considerato ovvio.

Ma il riconoscimento internazionale non risolve il problema concreto: chi sa ancora fare i muretti a secco? E chi ha voglia di impararlo?

Nella Valle Gesso, come in molte altre zone alpine, il numero di artigiani capaci di costruire e restaurare questi manufatti si è drasticamente ridotto nel corso del Novecento. L'abbandono delle campagne, la meccanizzazione dell'agricoltura, la migrazione verso le città: tutte forze che hanno svuotato le montagne di quella sapienza pratica che si tramandava di padre in figlio.

"Ci sono tratti di muro che cadono e nessuno li ripara," dice Mario con una certa amarezza. "Poi viene giù tutto il terreno sopra, e recuperare è dieci volte più difficile e costoso. Sarebbe bastato intervenire subito."

Qualcosa si muove: corsi, giovani e nuova curiosità

La buona notizia è che qualcosa sta cambiando. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i corsi di formazione dedicati alla tecnica dei muretti a secco, spesso organizzati da associazioni culturali, parchi naturali e comuni montani. Il Parco Naturale delle Alpi Marittime, che include parte del territorio di Entracque, ha sostenuto alcune iniziative in questa direzione, riconoscendo il valore paesaggistico e ambientale di questi manufatti.

E poi ci sono i giovani. Qualcuno, inaspettatamente, si è avvicinato a questa pratica con genuina curiosità. Non per necessità economica, come un tempo, ma per una scelta consapevole legata alla sostenibilità, al rapporto con il territorio, a una certa stanchezza del mondo digitale.

"Ho partecipato a un corso due anni fa," racconta Luca, ventottenne di Entracque che lavora come tecnico informatico ma passa i weekend in montagna. "Non pensavo di diventare un muratore. Volevo solo capire come funzionava. Poi ho iniziato a riparare un piccolo tratto sul terreno di mio nonno e mi sono accorto che era una delle cose più soddisfacenti che avessi mai fatto. Capisci perché ogni sasso conta."

Leggere il paesaggio con occhi nuovi

Forse il contributo più prezioso che i muretti a secco possono dare oggi non è solo pratico. È culturale. Imparare a riconoscerli, a leggerne la logica, a rispettarli quando si cammina in montagna significa sviluppare un rapporto diverso con il territorio. Significa capire che il paesaggio che vediamo non è naturale nel senso di selvaggio: è il risultato di secoli di lavoro umano, di scelte, di adattamenti.

Ogni muro è una storia. Quella pietra piatta messa di taglio per drenare l'acqua. Quel blocco angolare che regge il peso di tutto il tratto soprastante. Quella piccola nicchia che forse serviva da riparo per gli attrezzi o per un'immagine votiva.

Entracque e la sua valle hanno ancora molto da leggere, se solo si impara a guardare. E forse, la prossima volta che passerete accanto a uno di quei muri silenziosi, vi fermerete un momento in più. Vale la pena.

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