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Economia e Territorio

Radici e futuro: i ragazzi di Entracque che hanno scelto la valle come sfida

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Esiste un momento preciso in cui molti giovani di montagna si trovano a un bivio: il treno per Torino o Genova da una parte, la strada sterrata di casa dall'altra. Nella maggior parte dei casi, statistiche alla mano, si sale sul treno. Ma non sempre. E non a Entracque, dove negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo in controtendenza.

Abbiamo trascorso alcune giornate in giro per la valle, parlando con giovani tra i 24 e i 35 anni che hanno fatto una scelta controcorrente: restare, costruire, scommettere. Non per nostalgia o per mancanza di alternative, ma con un progetto chiaro in testa e una buona dose di coraggio.

Luca e le api: un'azienda nata da un fallimento

Luca Ferrero ha 28 anni e fino a tre anni fa lavorava in un ufficio a Cuneo. "Odiavo ogni lunedì," dice senza mezzi termini, mentre sistema un'arnia nel prato dietro casa. "Non odiavo il lavoro in sé, odiavo l'idea di fare la stessa cosa per quarant'anni lontano da qui."

Oggi Luca gestisce un'apicoltura di nicchia con sedici arnie posizionate in quota, tra i 1200 e i 1600 metri. Produce miele di rododendro, di timo selvatico e di millefiori alpino — varietà che sul mercato artigianale hanno una domanda crescente e un valore ben diverso dal miele industriale.

La svolta è arrivata dopo un corso di apicoltura organizzato da un'associazione locale, a cui Luca si era iscritto quasi per gioco durante il lockdown. "Ho capito che c'era un mercato reale, che la gente cerca prodotti autentici con una storia dietro. E io avevo la storia — avevo la valle."

Oggi vende online attraverso un sito curato da lui stesso, rifornisce tre agriturismi della zona e partecipa a mercati tematici in tutto il Piemonte. Il fatturato non lo svela, ma sorride quando gli chiediamo se rimpiangerebbe mai la scrivania di Cuneo. "Neanche in sogno."

Giulia e il telaio: artigianato che parla al presente

Giulia Ascheri, 31 anni, è tornata a Entracque dopo una laurea in design tessile a Milano e qualche anno di lavoro in uno studio creativo. Il ritorno non era pianificato — era iniziato come una pausa, si è trasformato in un progetto di vita.

"A Milano facevo cose belle per altri. Qui faccio cose mie, con materiali che conosco, per persone che capisco."

Il suo laboratorio occupa una stanza della casa di famiglia ristrutturata con gusto minimal: un telaio manuale, matasse di lana di pecora locale, campioni di colori ottenuti con tintura naturale. Giulia produce tessuti su commissione — coperte, arazzi, accessori — e ha sviluppato una linea di prodotti ispirati ai pattern geometrici tradizionali delle valli cuneesi, rivisitati in chiave contemporanea.

La svolta commerciale è arrivata quando un negozio di design a Torino ha inserito i suoi pezzi nel proprio catalogo. Da lì, il passaparola ha fatto il resto. Oggi riceve ordini da tutta Italia e qualcuno dall'estero — soprattutto dalla Germania, dove l'artigianato alpino autentico gode di una nicchia di appassionati molto fedele.

"Il punto non è fare la copia di quello che facevano le nonne," spiega Giulia, mostrando un arazzo con motivi astratti in lana grigia e terracotta. "È prendere quella tradizione e portarla dove può ancora avere senso."

Marco e il turismo lento: vendere la valle senza svendere la valle

Marco Dalmasso ha 33 anni e da quattro gestisce una piccola realtà di turismo esperienziale che si chiama — con una semplicità che è già un programma — "Valle Viva". Niente hotel, niente pacchetti all-inclusive. Marco accompagna gruppi piccoli — massimo otto persone — in camminate tematiche: flora alpina, geologia, storia delle borgate abbandonate, fotografia naturalistica.

"La gente non cerca più solo il panorama. Cerca significato. Vuole capire dove si trova, non solo vederlo."

La sua formula funziona perché è radicata nel territorio in modo autentico. Marco conosce ogni sentiero, ogni storia, ogni vecchio che può raccontare qualcosa. Non usa guide preconfezionate — ogni uscita è diversa, calibrata sul gruppo che ha davanti.

Il modello economico è volutamente contenuto: pochi gruppi, prezzi equi, nessuna fretta di scalare. "Ho rifiutato due proposte di partnership con operatori turistici più grandi. Appena sento la parola 'scalabile' capisco che non hanno capito niente di quello che faccio."

Quello che invece sta costruendo è una rete informale con altri piccoli operatori della zona: Luca gli fornisce il miele per i kit di benvenuto, Giulia ha realizzato le borse in tessuto che regala ai partecipanti. Una piccola economia circolare, nata da amicizie e fiducia reciproca prima ancora che da logiche di mercato.

Cosa tiene insieme queste storie

Parlando con Luca, Giulia e Marco emergono alcune costanti. Nessuno di loro ha ricevuto aiuti pubblici significativi — tutti e tre citano la burocrazia come ostacolo principale, non come supporto. Tutti e tre hanno investito in formazione autonoma, spesso online o fuori regione. E tutti e tre condividono una visione simile del rapporto con il territorio: non una risorsa da sfruttare, ma un contesto da abitare con rispetto.

"Il rischio vero non è restare," dice Giulia mentre saluta sulla soglia del laboratorio. "Il rischio è restare senza un'idea. Noi un'idea ce l'abbiamo."

Entracque, come tanti borghi alpini, ha perso abitanti negli ultimi decenni. Le scuole si svuotano, i servizi si riducono, i negozi chiudono. Ma storie come queste dimostrano che la tendenza non è irreversibile — che con creatività, ostinazione e un legame genuino con il luogo, è possibile costruire qualcosa di duraturo.

Noi di Entracque Viva continueremo a raccontarle, queste storie. Perché la voce della nostra valle ha bisogno di essere ascoltata — e di chi la fa risuonare.

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