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"Parluma 'nsema": quando il dialetto di Entracque diventa contenuto virale

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"Parluma 'nsema": quando il dialetto di Entracque diventa contenuto virale

C'è un video che circola da qualche mese sui profili social di alcuni ragazzi di Entracque. Dura meno di un minuto, è girato in verticale con uno smartphone, e mostra una nonna che insegna alla nipote come si dice "fa' attenzione" nel dialetto locale. La nipote ripete storpiando, la nonna ride, e nei commenti sotto esplode un piccolo mondo: adulti commossi, coetanei che riconoscono le stesse espressioni sentite in casa da piccoli, qualcuno che scrive «mia madre dice esattamente così».

Sembrerebbe poco. Eppure, in quel minuto di video domestico e sgranato, c'è qualcosa che decenni di progetti di tutela linguistica faticano a ottenere: attenzione vera, partecipazione spontanea, emozione condivisa.

Una lingua che rischiava di sparire nel silenzio

Il dialetto parlato a Entracque e nelle valli circostanti affonda le radici nell'area linguistica occitana e, come molte varietà locali dell'arco alpino, ha vissuto un progressivo declino nel corso del Novecento. La scuola, la televisione, la mobilità geografica: tutti fattori che hanno spinto verso l'italiano standard, relegando le parlate locali alla cucina, ai campi, alle conversazioni tra anziani.

Oggi, nelle famiglie più giovani, il dialetto è spesso presente solo come eco: parole isolate, espressioni idiomatiche, qualche filastrocca imparata dai nonni. I bambini capiscono, ma raramente parlano. E quando i nonni se ne vanno, con loro spariscono sfumature che nessun dizionario riesce davvero a catturare.

È in questo contesto che il fenomeno dei video dialettali sui social assume un significato che va ben oltre il semplice intrattenimento.

TikTok come archivio vivente

Luca ha ventitré anni, è cresciuto a Entracque e ha studiato comunicazione a Cuneo. Quando è tornato in valle l'estate scorsa, ha cominciato a registrare brevi video in cui riproduce situazioni quotidiane usando esclusivamente il dialetto locale, con sottotitoli in italiano per chi non capisce. Il risultato è una serie di sketch comici — discussioni al bar, rimproveri familiari, commenti sul meteo — che nel giro di poche settimane hanno raggiunto migliaia di visualizzazioni, molte delle quali da persone che non hanno mai messo piede a Entracque.

«Non avevo un piano — spiega Luca — ho iniziato quasi per gioco, per far ridere gli amici. Poi ho capito che stava succedendo qualcosa di più grande. La gente mi scriveva per chiedermi come si pronunciava una certa parola, o per raccontarmi che aveva chiamato la nonna per sentire se la conosceva.»

Non è solo lui. Anche Sara, diciotto anni, ha cominciato a fare qualcosa di simile su Instagram, con un formato diverso: interviste brevi agli anziani del paese, in cui li invita a spiegare proverbi e modi di dire. Ogni episodio si chiude con una domanda rivolta ai follower: «Voi lo sapevate?»

Il dialetto come identità, non come reperto

Ciò che colpisce di queste iniziative spontanee è il tono. Non c'è niente di museale, di solenne, di accademico. Il dialetto non viene trattato come un fossile da preservare sotto vetro, ma come qualcosa di vivo, buffo, capace di raccontare il presente oltre che il passato.

E questo, paradossalmente, è il segreto del loro successo. I ragazzi non stanno cercando di convincere nessuno che il dialetto sia importante — lo mostrano semplicemente in azione, nel mezzo di situazioni riconoscibili. E il pubblico risponde perché si riconosce, perché ride, perché si ricorda.

«Il dialetto non è solo un codice linguistico — osserva don Marco, parroco della comunità da oltre vent'anni — è un modo di stare al mondo. Certe cose, in italiano, non si riescono a dire nello stesso modo. C'è una precisione emotiva nel dialetto che va al di là delle parole.»

Tra entusiasmo e responsabilità

Naturalmente, non tutto è idilliaco. Qualcuno tra i più anziani storce il naso davanti a certe storpiature o semplificazioni. C'è chi teme che la versione «social» del dialetto finisca per essere una caricatura, privata delle sue sfumature più profonde.

È una preoccupazione comprensibile. Ma forse il punto non è la perfezione filologica: è la trasmissione. Un ragazzo che impara dieci parole in dialetto guardando un video divertente è, comunque, un ragazzo in più che porta con sé qualcosa della valle. Che si interroga sulle proprie radici. Che magari, un giorno, chiederà alla nonna di insegnargli di più.

L'ideale sarebbe che questi esperimenti social trovassero un punto di contatto con le realtà culturali locali: associazioni, biblioteche, scuole. Non per istituzionalizzare qualcosa che funziona proprio perché è libero, ma per creare archivi, documentare, costruire ponti tra la spontaneità digitale e la memoria più profonda del territorio.

Una lingua che si rifiuta di morire

Forse la lezione più bella di questa storia è proprio questa: le lingue non muoiono solo per mancanza di parlanti. Muoiono per mancanza di contesti in cui usarle, di momenti in cui valga la pena tirarle fuori. E i ragazzi di Entracque, quasi senza rendersene conto, stanno inventando quei contesti ogni giorno.

Un video alla volta, uno sketch alla volta, una risata condivisa alla volta.

Parluma 'nsema — parliamo insieme. Non è solo il titolo di un video. È, forse, il programma più semplice e più rivoluzionario che una comunità possa darsi.

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