Greggi e Like: Come la Pastorizia della Valle Gesso Parla al Mondo di Oggi
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Trent'anni fa, chi avesse detto che le capre di una piccola valle delle Alpi Marittime avrebbero avuto un profilo Instagram, sarebbe stato guardato con una certa perplessità. Eppure eccoci qui. E la cosa più interessante non è tanto il fatto in sé — i social sono ovunque, ormai — ma il perché sta accadendo, e cosa ci dice di come la comunità di Entracque sta ripensando il proprio rapporto con le radici pastorali.
La transumanza, quella pratica secolare di spostare le greggi dai pascoli invernali di pianura a quelli estivi d'alta quota, ha segnato per generazioni la vita di questa valle. Era economia, certo, ma era anche ritmo, identità, calendario. Il momento della partenza verso i monti era un evento collettivo, atteso e preparato. Il ritorno in autunno, con gli animali grassi e le bisacce piene di formaggio stagionato, era quasi una festa.
Cosa è Rimasto, Cosa si è Perso
Bisogna essere onesti: la transumanza tradizionale, nella sua forma più pura, non esiste più come un tempo. Le logiche economiche del dopoguerra, la meccanizzazione dell'agricoltura, lo spopolamento delle valli hanno ridisegnato profondamente il paesaggio della pastorizia alpina. Molte famiglie che per generazioni avevano allevato greggi hanno abbandonato l'attività. I pascoli d'alta quota, un tempo tenuti in ordine dalle greggi, si sono in parte incespugliati.
Eppure qualcosa è rimasto. E quello che è rimasto sta diventando, paradossalmente, più prezioso di prima proprio perché è raro.
Nella zona di Entracque ci sono ancora allevatori che portano le greggi in quota durante l'estate, che producono formaggi con metodi tradizionali, che conoscono i sentieri come le proprie tasche. Non sono molti, ma ci sono. E intorno a loro si sta costruendo qualcosa di nuovo.
I Nuovi Pastori: Tra Tradizione e Innovazione
Uno degli aspetti più interessanti degli ultimi anni è il ritorno, o meglio l'arrivo, di giovani che scelgono di lavorare con gli animali e la terra in modo consapevole. Non sempre si tratta di figli di pastori: a volte sono ragazzi cresciuti in città che hanno trovato nella valle un modo diverso di stare al mondo. Persone che hanno studiato agraria o scienze naturali e che portano con sé strumenti nuovi — dalla gestione aziendale moderna alle tecniche di comunicazione digitale — senza però voler cancellare la sapienza dei vecchi.
Questo mix, quando funziona, produce risultati interessanti. Piccoli caseifici che vendono online e al mercato locale allo stesso tempo. Agriturismi che offrono esperienze di mungitura e produzione del formaggio a famiglie che vengono dalla città e vogliono capire da dove viene il cibo. Escursioni guidate sui sentieri della transumanza, con soste nei punti storici dove i pastori di un tempo si fermavano a riposare.
Il Turismo Lento come Alleato
Il turismo consapevole — quello che preferisce camminare piuttosto che correre, che vuole capire i luoghi piuttosto che semplicemente fotografarli — si è rivelato un alleato inaspettato per la valorizzazione della tradizione pastorale. Chi arriva a Entracque cercando qualcosa di autentico non vuole solo il panorama: vuole anche la storia, il sapore, la connessione con chi vive davvero questi luoghi.
I percorsi legati alla transumanza si prestano perfettamente a questo tipo di offerta. I sentieri sono belli, certo, ma diventano straordinari quando qualcuno ti racconta che su quella pietra consumata ci sono passati generazioni di greggi, che quella fontana era il punto di abbeveraggio tradizionale prima di affrontare il passo, che quel rudere era il ricovero dove i pastori dormivano durante le notti di maltempo.
Il territorio diventa così un archivio vivente, e la tradizione pastorale non è un peso da sopportare ma una risorsa da valorizzare con intelligenza.
Il Digitale Non Tradisce, Amplifica
Torniamo ai social. Alcuni allevatori e produttori della zona hanno scoperto che raccontare il proprio lavoro online — con video delle greggi in quota, foto del processo di caseificazione, storie di vita quotidiana in alpeggio — genera un interesse genuino e concreto. Non si tratta di mettere in scena una versione pittoresca e falsa della vita rurale, ma di mostrare la realtà così com'è, con la fatica, la bellezza e le contraddizioni.
Questo tipo di comunicazione autentica attira clienti diretti, turisti curiosi, giornalisti e appassionati di food culture che altrimenti non avrebbero mai sentito parlare di una piccola vallata delle Alpi Marittime. Il digitale, insomma, non tradisce la tradizione: la porta dove non potrebbe arrivare da sola.
Ci sono anche iniziative più strutturate: progetti di mappatura digitale dei percorsi storici della transumanza, archivi fotografici e sonori che raccolgono le testimonianze degli anziani, collaborazioni con scuole locali per portare i ragazzi a conoscere direttamente gli allevatori e i loro metodi.
Un'Identità che si Rinnova Senza Perdersi
La vera sfida, per Entracque come per tante altre comunità alpine, non è scegliere tra tradizione e modernità. È trovare il modo di tenere insieme le due cose senza che nessuna delle due si senta tradita. Non è semplice, e non esiste una ricetta universale.
Ciò che si vede qui, però, è incoraggiante. C'è una consapevolezza crescente del valore di quello che si ha, accompagnata dalla voglia di non limitarsi a conservarlo sotto vetro ma di farlo vivere, di farlo incontrare con il presente. Le greggi salgono ancora in quota. Il formaggio si fa ancora come una volta, o quasi. E qualcuno, con il telefono in tasca, racconta tutto questo al resto del mondo.
Forse è proprio questo il significato più profondo dell'espressione "Entracque viva": non una cartolina del passato, ma una comunità che continua a muoversi, a scegliere, a inventarsi. Con le radici ben piantate nella roccia e lo sguardo aperto su quello che verrà.