Entracque è un paese dove la lingua dialettale è viva ed in uso nella sua espressione più antica, senza contaminazioni dal piemontese né dall’italiano.
L’entracquese affonda le radici nella prima lingua volgare scritta, l’occitano, che si diffuse nei primi due secoli del Mille nella zona alpina che va dalle valli Monregalesi fino alla Valle Susa e nell’area transalpina che comprende il sud della Francia estendendosi fino all’Atlantico ed oltre i Pirenei nelle regioni spagnole della Valle d’Aran, in Catalogna.
Le montagne delle Vallate Occitane sembrano aver protetto questa cultura dagli influssi e dalle contaminazioni esterne, ed hanno conservato integro il patrimonio occitano, a partire dalla lingua. Così anche ad Entracque la gente continua ad esprimersi in dialetto, indicando luoghi ed oggetti che si colorano di sfumature proprie, possibili solo attraverso vocaboli della parlata locale.
Il senso di inferiorità erroneamente additato nel passato alle genti di montagna che si esprimevano in dialetto è fortunatamente superato: l’occitano vive ora più che mai nello spirito dei giovani che hanno riscoperto il valore della tradizione e della lingua, anche attraverso la musica: courenta, balet e gigo tornano ad animare le feste dei paesi delle vallate occitane, ed anche Entracque accoglie il folklore occitano soprattutto nelle serate del Festenal.
La cucina era uno dei luoghi dove maggiormente si è trasmessa la lingua dialettale, dove i giovani sentivano parlare anziani e genitori di lavoro e di problemi quotidiani e dove il cibo e gli strumenti usati per cucinare erano rigorosamente chiamati in dialetto. Pairol (pentola) e tundin (piatti) contenevano le pietanze quotidiane a base di pulenta (polenta), bodi (patate), pan (pane) e lait (latte).
Amnestra e amnestrùn (minestra e minestrone) erano i piatti forti delle nonne: bodi strent (minestra di patate porri e aglio), pagnau (zuppa di patate e zucca) e panada (zuppa con gli avanzi di pane) erano le pietanze più diffuse e meno costose, realizzate con prodotti dell’orto.
La borna (stufa) riscaldava l’ambiente dove, durante la giornata, la mairëtracutia e cüna l’atciòt
(la mamma fa la maglia e culla il bambino).
La stalla, nel passato, era uno dei locali più importanti della cà (casa), un vero e proprio centro di aggregazione e luogo di vita quotidiana. Riscaldati dal calore d’as fea (delle pecore) e degli altri animali, gli entracquesi trascorrevano lunghe serate d’üern, la stagiun dl’anvera (d’inverno, la stagione della neve) a vejar (vegliare).
La ciansun dla Martinë (la canzone di Martina) e le storie d’as mascie c’as fan al bal s’al prà dal Piainet (delle masche che ballano sul prato del Piainet) intrattenevano gli entracquesi fino a tardi ed accompagnavano as femne cun al fus e as uglië c’a filun la lanë (le donne con il fuso ed i ferri che filano la lana).
Le piazze del paese sono un’occasione per trovare an mument d’arpausa (un momento di riposo) e bere l’aiga d’as funtane (l’acqua delle fontane) e dove gli anziani stanno a gardiar s’les Giacca o Toni ch’a passa (guardare se è Giacomo o Antonio che passa).Mentre passano i cantun (i carri), gruppetti di uomini parlano di lavoro e di problemi quotidiani: arciausar bodi, sapinar, sbardar al fen e purtar as vaccie al gias (rincalzare le piantine di patate, zappare, allargare il fieno e portare le vacche all’alpeggio) erano i discorsi che tenevano banco nelle varie piazze del paese.
Muntagnin, ciusér gros e servél fin.
Montagnini, scarpe grosse e cervelli fini.
Tut la ven a tai fin as unghia a plar i aj.
Tutto serve persino le unghie a sbucciare gli agli.
Chi vol pruvar as penë dl’infern, ch’al faië al frer d’istà e al müradur d’üern.
Chi vuole provare le pene dell’inferno, faccia il fabbro d’estate e il muratore in inverno.
L’es méj an bon visin, ch’an marì parent.
E’ meglio un buon vicino che un cattivo parente.
Al diau al mustra a far i pairol, ma vittë i ascürsel.
Il diavolo insegna a fare le pentole ma non i coperchi.
2006
Comune di Entracque - Informatica
System s.r.l.
Archivio Fotografico Parco Alpi Marittime - Augusto Rivelli